IL PARCO,UN TERRITORIO RICONQUISTATO DALLA NATURA

Monte Sole e la valle del Rio Burrone Gorgone

L'ossatura del Parco Storico Regionale di Monte Sole è costituita dalla complessa dorsale che separa il Reno dal Setta, strutturata in settori piu' elevati(i monti Giovine, S. Barbara-Sole, Salvaro) ai quali si alternano morfologie piu' dolci. Dallo spartiacque principale hanno origine brevi corsi d'acqua, le cui vallecole solcano il territorio con ripidi versanti spesso caratterizzati da vasti affioramenti rocciosi. Dalle sommita' dei rilievi lo sguardo puo' spaziare dal medio Appennino bolognese, con i vicini Montovolo e Monte Vigese, fino al crinale tosco-emiliano, dove agli inconfondibili profili del Corno alle Scale Cimone si aggiungono quelli delle cime piu' elevate dell'Appennino reggiano; belle vedute si hanno anche sul vicino Contrafforte Pliocenico, le cui spoglie pareti arenacee accompagnano il corso del Setta fino alla confluenza col Reno, e sulle sottostanti vallate, nelle quali si snodano arterie di grande traffico e si concentrano i centri abitati e le aree industriali. L'aspra morfologia del territorio ha, infatti, storicamente limitato gli insediamenti ai punti piu' stabili dei crinali e soprattutto ai fondovalle. I rilievi sono in gran parte rivestiti da boschi che, secondo un assetto tipico del paesaggio appenninico, si alternano a seminativi e alluvionali del Reno, i versanti a debole pendenza e le dorsali piu' pianeggianti; queste ultime, a volte, assumono l'aspetto di verdi altopiani in forte contrasto con le ripide pareti sottostanti, spesso erose in spettacolari formazioni calanchive. Prati disegnati da annosi filari di ciliegi e noci, estesi incolti e arbusteti che spesso nascondono quel che resta di antichi insediamenti rivelano il diffuso abbandono di questo territorio, dovuto soprattutto ai tragici eventi dell'ultimo conflitto mondiale. Case distrutte dalle bombe e festonate dai rampicanti, ruderi di chiese dai pavimenti inerbiti, e cippi sparsi un po' dovunque ai margini dei sentieri e lungo le siepi, piccoli cimiteri visitati dalle upupe riportano costantemente memoria gli orrori dell'eccidio. La recente istituzione del parco, oltre ad avere un profondo significato di testimonianza, intende favorire l'avvio di nuova fase di vita per questi luoghi, proprio a partire dalle ricchezze del patrimonio naturale.

GEOLOGIA

Una complessa storia sedimentaria

Lungo gli imponenti rilievi del parco, dove la folta copertura boschiva è interrotta, nei piu' ripidi, da rari affioramenti rocciosi, risaltano rocce di colore chiaro che, osservate da vicino, mostrano la struttura granulare tipica delle arenarie. Questi suggestivi scenari si alternano a dolci selle a tratti coltivate e a desertici versanti calanchivi, morfologie che evidenziano la presenza di rocce piu' erodibili quali argille e marne. Queste rocce sedimentarie appartengono a una successione stratigrafica che affiora estesamente lungo la collina e la media montagna dell'Appennino emiliano. La loro storia ha inizio nell'Eocene (circa 40 milioni di anni fa) in bacini marini profondi impostati al di sopra dell'embrionale corrugamento appenninico, sopra una coltre di rocce piu' antiche gia' deformate, dette Unita' Liguri (o Liguridi) poiche' si erano originate nell'antico oceano chiamato Ligure, dalla cui chiusura è sorto l'Appennino.

Orogenesi e sedimentazione procedettero assieme per molti milioni di anni: sotto la spinta delle forti compressioni orogenetiche, la coltre ligure e i sedimenti dei bacini sovrastanti subirono una traslazione di alcune decine di chilometri, muovendosi da sud-ovest verso nord-est. In conseguenza di questo movimento, i bacini posti sopra alla coltre mutarono di profondita' ed estensione. La profondita' inizialmente elevata determino' la sedimentazione di argille associate a sabbie torbiditiche. In seguito, in relazione ai progressivi sollevamenti della catena, la profondita' diminui' e si depositarono sabbie di mare basso. In base a differenze Citologiche e strutturali, la successione viene suddivisa in diverse formazione geologiche, chiamate epiliguri (che stanno sopra le Unita' Liguri), che nel parco, in lembi piu' e meno estesi, sono tutte rappresentate.

La Formazione di Montepiano

Alle pendici settentrionali del Monte Termine, in una suggestiva plaga calanchiva, e lungo i versanti del Rio Ca' di Dorino, affiorano argille marnose e marne di color rosso mattone con porzioni verdine e livelli sabbiosi biancastri. Sono il risultato della sedimentazione, che avvenne tra l'Eocene e l'0ligocene, di fini particelle argillose e calcaree su fondali marini profondi; il loro assetto deformato si deve in parte a franamenti sottomarini. Queste marne costituiscono, insieme alle Arenarie di Loiano, la Formazione di Montepiano. Le Arenarie di Loiano, il cui nome deriva dalla vicina localita' dove estesi affioramenti ne costituiscono il riferimento ufficiale, affiorano dalle pendici del Monte Termine sino al fondovalle Setta, interessate da una cospicua attivita' estrattiva indirizzata all'industria delle ceramiche. Il colore è chiarissimo e la granulometria molto grossolana, con abbondanti elementi quarzosi. La sedimentazione di questi materiali avvenne sul finire dell'Eocene in ambienti marini profondi grossi volumi di sedimento venivano trasportati da particolari correnti ad elevata densita'. Simili a gigantesche valanghe sottomarine, queste correnti marine trasportavano su fondali molto distanti dalla costa sedimenti che si erano precedentemente deposti in ambienti di mare basso, presso spiagge e foci deltizie. Le Arenarie di Loiano sono caratterizzate da strati molto spessi e mal distinguibili, e da livelli piu' cementati, di forma tabulare o globosa (cogoli), che sporgono dagli affioramenti per erosione selettiva.

La Formazione di Antognola

Lungo il versante che scende verso il Setta, a quote lievemente superiori, affiorano arenarie quasi identiche a quelle di Loiano, chiamate Arenarie di Anconella. La loro sedimentazione avvenne nell'Oligocene a opera di correnti ad alta densita' che trasportavano granuli sabbiosi derivanti dall'erosione delle preesistenti Arenarie di Loiano: da questo processo, chiamato "cannibalistico", deriva la grande similitudine tra le due unita'. Queste arenarie sono associate a marne, anch'esse affioranti lungo le pendici del versante sinistro del Setta, assieme alle quali costituiscono la Formazione di Antognola. Alla base delle pareti di Monte e Monte Santa Barbara queste marne, di colore avana, si presentano molto ricche in silice, e sono riconoscibili per l'elevata durezza e la frattura scheggiosa.

La Formazione di Bismantova

Le maestose moli dei monti Baco, Sole e Salvaro, e le dorsali che da esse si staccano, sono costituite da arenarie di colore nocciola chiaro, bianco avorio alla frattura fresca, i cui granuli sono per la maggior parte di natura calcarea. Sono rocce che si sedimentarono nel corso del Miocene inferiore medio (circa 15 milioni di anni fa) su fondali marini profondi decine di metri, dopo che una importante fase orogenetica aveva causato un nuovo sollevamento bacini e quindi un cambiamento radicale del tipo di sedimentazione. Queste rocce appartengono alla Formazione di Bismantova (il nome deriva dall'omonima rupe dantesca nell'Appennino Reggiano), cui sono riferite anche le piu' recenti marne grigie (13-10 milioni di anni fa), che sono nei calanchi di Marzabotto e del Rio Burrone Gorgone. Queste marne, a cui si intercalano sottili strati di arenarie torbiditiche, documentano invece un successivo approfondimento dei fondali.

VEGETAZIONE

I boschi freschi e umidi

Gran parte dei rilievi del parco è rivestita da estesi boschi dall'aspetto folto e rigoglioso, soprattutto sui versanti piu' freschi e dove il prelievo di legname è scarso o non piu' attuato tempo, che diventano molto suggestivi. In autunno, quando le foglie delle varie specie arboree assumono infinite sfumature tra il rosso e il dorato, per poi imbrunire e confondersi a terra spessa lettiera. Le specie piu'diffuse sono: Carpino nero, orniello, acero opalo e campestre, ciliegio selvatico, maggiociondolo, sorbo domestico, ciavardello e, fra le querce, roverella e cerro; quest'ultimo è piu' concentrato sui terreni argillosi. Nei punti piu' incassati e umidi fondovalle si incontrano anche Carpino bianco e faggio, che nel parco compare a quote decisamente piu' basse rispetto alle abituali. Nello strato arbustivo crescono madreselva pelosa, sanguinelle e, soprattutto lungo i torrenti, nocciolo. Nel sottobosco risaltano le foglie sempreverdi di laureola e le chiazze del piu' localizzato pungitopo; sulle ceppaie rivestite di muschio sono frequenti due piccole felci: polipodio e falso capelvenere.

Alla fine dell'inverno risaltano le ricche fioriture di ellebori (Helleborus odorus, H. foetidus), primula, erba trinita', viole, polmonaria e quelle piu rare di dente di cane, scilla e anemone dei boschi; piu' tardi fioriscono anche orchidea maculata e giglio martagone; nei tratti piu freschi compaiono salvia vischiosa, con fiori appiccicosi dal gradevole profumo, e geranio nodoso, una specie tipica delle faggete. All'inizio dell'autunno i tappeti rosa carico di ciclamino napoletano contrastano con i colori caldi del fogliame appena

I boschi e gli arbusteti dei versanti soleggiati

I versanti meridionali sono occupati dal querceto a roverella, una specie ben adattata a condizioni di aridita' e soleggiamento. A questa quercia, che in autunno tinge estese zone con tonalita' bronzo-ruggine delle foglie, si accompagnano orniello e, piu'sporadici, sorbo domestico, ciavardello e acero minore. In genere si tratta di boschi bassi, a copertura rada e discontinua, con alberi di sviluppo ridotto per la poverta' del substrato e gli intensi tagli effettuati in passato, che hanno degradato i boschi e provocato in molti casi anche fenomeni di erosione del suolo. Un folto e intricato mantello di arbusti invade il sottobosco e si diffonde soprattutto ai margini di queste formazioni, rendendole spesso impenetrabili; ne fanno parte citiso, coronilla, perastro, lantana, sanguinelle, rosa selvatica, prugnolo e biancospino, spesso sormontati dai fusti lianosi di asparago pungente; nelle radure che si aprono nel bosco prevalgono il ginepro, a volte con alti esemplari a portamento colonnare, e ginestra, dalle vistose fioriture primaverili. Povero e uniforme, a prima vista, è il sottobosco erbaceo, che ha l'aspetto di una steppa arida dominata dal brachipodio, una graminacea alla quale si affiancano camedrio, geranio sanguigno, trifoglio legnoso (Dorycnium pentaphyllum) e il raro garofano dei Certosini. Qui si incontrano anche le preziose fioriture di molte orchidee a diffusione mediterranea come Orchis morio, Ophrys sphegodes, O.fuciflora e Limodorum abortivum. In molte zone le praterie a brachipodio, punteggiate da arbusti, occupano anche vecchi pascoli o campi abbandonati, dove rappresentano la tipica vegetazione che tende progressivamente a ricostituire la copertura vegetale naturale.

Le piante dei suoli acidi

Il settore del parco rivolto verso la valle del Setta, dai dintorni di Vado fino al confine meridionale, è rivestito da boschi in cui prevalgono specie acidofile, indicatrici di substrati acidi come quelli derivati dalle rocce arenacee caratteristiche di quest'area. La specie arborea piu' frequente è il castagno, qui intensamente coltivato dall'uomo e in parte diffusosi spontaneamente; ai pochi castagneti ad alto fusto che ancora sopravvivono, si affiancano estese formazioni governate a ceduo. In molti casi il castagno forma boschi misti insieme a cerro, roverella e, piu' di rado, rovere, nei quali compaiono anche pioppo tremulo e silvestre; quest'ultimo si incontra soprattutto nei dintorni di Monte Termine e rappresenta una delle emergenze piu' preziose del parco. Nel sottobosco sono diffuse varie specie acidofile come la vistosa felce aquilina, la ginestra dei carbonai e il brugo, un'ericacea a fioritura autunnale. Al margine del bosco, o dove lo strato arboreo è piuttosto diradato, si incontrano anche erica arborea e cisto a foglie di salvia, due arbusti mediterranei piuttosto rari nella nostra regione ma relativamente diffusi nel parco.

Gli ambienti rupestri

Sugli assolati pendii rocciosi la vegetazione si dirada, lasciando scoperti estesi affioramenti che risaltano per il chiarore della roccia. Qui vegetano arbusti nani come l'assenzio maschio (Artemisia alba), l'elicriso e i pennellini (Staehelina dubia), una composita con fiori provvisti di candide setole. All'inizio della primavera compaiono i capolini violacei di vedovella dei prati (Globularia punctata). Piu' tardi fioriscono gli estesi cuscinetti rosati di timo, l'eliantemo maggiore (Helianthemum nummularium) e la fumana, due cistacee dai delicati fiori gialli a cinque petali, l'ononide piccina ( Ononis pusilla) e la coronilla minima, due leguminose di taglia assai ridotta; frequenti sono anche i cespugli di ginestra. Molte di queste specie hanno distribuzione mediterranea e si adattano molto bene al microclima caldo-arido degli ambienti rupestri. Per la stessa ragione le pareti piu' assolate possono ospitare nuclei isolati di leccio, una quercia mediterranea rara nella nostra regione ma che compare di frequente sui costoni rocciosi del basso Appennino bolognese, dove ha trovato condizioni microclimatiche favorevoli e oggi rappresenta un importante relitto dell'antica flora regionale.

FAUNA

Il cervo e gli altri ungulati

Il parco e' caratterizzato da un'abbondanza di specie unica nell'ambito della media montagna bolognese: l'abbandono pluridecennale e l'elevato grado di diversificazione ambientale hanno contribuito ad arricchire le presenze faunistiche. Tra i mammiferi, oltre alle specie piu' comuni e diffuse (riccio, lepre, ghiro, moscardino, donnola, faina, volpe, tasso) le presenze significative sono costituite dagli ungulati che, scomparsi nei secoli passati, hanno ricolonizzato la zona negli ultimi decenni.

Ghiro

Il primo a tornare è stato, nella seconda meta' degli anni '70, il cinghiale: tipico abitatore dei boschi maturi di querce, castagni e faggi, trova nel Monte Salvaro uno degli ambienti piu' adatti, ma frequenta tutte le aree del parco, riparandosi anche nei cedui piu' degradati e negli arbusteti. In seguito è ricomparso il capriolo, grazie alle reintroduzioni nell'alto pistoiese e alla conseguente espansione. Nonostante l'elevata qualita' ambientale del parco, questo animale dalle forme particolarmente aggraziate e dall'interessante comportamento stenta a raggiungere buone densita'. L'osservazione del cervo è in genere piu facile: nell'area tra Monte Sole e Monte Baco dagli inizi degli anni '80 vive un piccolo nucleo di una ventina di capi e altri individui cominciano a frequentare il settore meridionale del parco provenendo dall'alto Appennino (Monte Calvi, Monte Vigese, Montovolo). Ancora piu' facile l'avvistamento crepuscolo di qualche branchetto di daini al pascolo, specialmente tra i monti Caprara, Abelle e Sole. La specie, che si distingue per la coda relativamente lunga e la maculatura del pelame estivo e i palchi palmati dei maschi adulti, non e' autoctona, ma originaria dell'Asia Minore: grazie alla facilita' di allevamento, gia' in epoche remote venne introdotta in Italia e ha trovato nuova fortuna negli ultimi decenni. Lanci volontari e fughe accidentali hanno permesso al daino di espandersi in quasi tutta la media montagna e la collina bolognese, talvolta entrando in diretta competizione col capriolo.

Gli uccelli

Per quanto riguarda l'avifauna, recenti indagini hanno evidenziato che nel parco sono presenti, nell'arco dell'anno, pressoche' tutte le specie tipiche della fascia collinare e submontana dell'Appennino emiliano, ben 65 delle quali nidificanti. Le piu' frequenti sono specie legate di latifoglie come capinera, fringuello, ciuffolotto, pettirosso, scricciolo, lui' piccolo, cuculo e ghiandaia; piu localizzate, ad esempio nei castagneti di Monte Salvaro, sono dei maturi, come picchio verde, picchio muratore e rampichino. Anche specie abbastanza rare nel resto della fascia appenninica hanno qui trovato ambienti a loro confacenti, grazie al grande sviluppo e alla varieta' dei cespuglieti. 'E il caso della sterpazzolina, un piccolo silvide dal petto rosso-arancione con evidenti mustacchi bianchi che è tipico della macchia mediterranea e molto localizzato a nord dell'Appennino, o del lui' bianco, che frequenta i versanti esposti con vegetazione termofila della media e alta montagna. Tra gli altri uccelli che vivono nelle cespugliate sono da ricordare, per la particolare abbondanza, averla piccola e sterpazzola, divenute abbastanza rare in Italia e in Europa. Per la presenza di numerose radure e strade bianche si riscontrano elevate densita' di succiacapre, che utilizzano questi ambienti per catturare in volo gli insetti durante la notte. Ricca e interessante è anche l'avifauna lungo il greto e le sponde di Reno e Setta: oltre a numerose ballerine bianche, presenti corriere martin pescatore. Tra i rapaci diurni nidificanti il piu' comune e' poiana, localmente detta anche "falco cappone", per l'abitudine di cacciare cavallette saltellando nei prati durante l'estate; meno comuni ma presenti un po' ovunque sono sparviero e gheppio.

Di rilievo è la nidificazione del falco pecchiaiolo, un rapace grande quanto la poiana, con la quale viene spesso confuso, che deve il nome al fatto di alimentarsi soprattutto di larve e di api (pecchie), vespe, bombi e altri insetti. L'allocco ècertamente il rapace notturno piu' diffuso, grazie alla capacita' di utilizzare per la nidificazione cavita' situate in ruderi, alberi e piccoli balzi rocciosi. Il gufo comune nidifica, invece, nei nidi abbandonati di cornacchie grigie e gazze, mentre barbagianni e civetta trovano rifugio in fienili e case rurali abbandonate. 'E presente anche l'assiolo, localmente noto come chiu', il piccolo dei rapaci notturni europei, che a differenza delle altre specie si alimenta prevalentemente di grossi insetti e altri invertebrati. Durante il periodo riproduttivo e l'estate si osservano frequente anche specie come albanella minore, falco pellegrino, Panario, rondine montana, topino e rondone alpino, che nidificano in aree contigue delle valli del Reno e del Setta e frequentano il territorio del parco per scopi alimentari.

Gli anfibi e i rettili

Le sponde di Reno e Setta, le pozze e gli stagni artificiali ospitano le comunissime rane verdi e raganella, che caratterizza con i suoi sonori e metallici gracidii le serate primaverili. Anche rana agile e rospo comune frequentano gli habitat acquatici, ma solo al momento della deposizione del le uova. Nelle acque ferme di pozze e stagni, in primavera,è facile scorgere tritoni crestato e punteggiato. I rii minori che scendono dallo spartiacque sono inoltre l'habitat ideale per la rana appenninica, una specie strettamente legata alle acque correnti.

Tra i serpenti la biscia dal collare è il piu' tipico predatore di rane, rospi e tritoni. Piuttosto comune, dai boschi alle zone coltivate, è il biacco, un colubro lungo e agile, di nerastro, che caccia lucertole e ramarri. Abbastanza diffuso è anche il saettone, un arrampicatore che preda piccoli uccelli e micromammiferi. Nel parco non manca la vipera che abita in preferenza di boschi, radure, siepi e cumuli di pietre. Luscengola e orbettino, infine, nonostante le apparenze, non sono serpenti ma lucertole particolarmente allungate: la prima, che possiede due paia di rudimentali zampette, vive nei prati incolti e cespugliati, il secondo, del tutto privo di arti è assai piu lento, frequenta boschi, radure e prati umidi.

STORIA

Etruschi e Romani nella valle del Reno

I rilievi tra Reno e Setta, come dimostra la scarsita' di reperti archeologici, non furono interessati da importanti insediamenti in epoca preistorica. Alcune punte di frecce, accette e schegge di selce, ritrovate nei pressi di Marzabotto, attestano una presenza neolitica nelle Reno. Poco documentate sono anche le eta' del Bronzo e del Ferro, con ritrovamenti tardo-villanoviani dell'VIII secolo a.C. Un'impronta indelebile sul territorio è stata lasciata dagli Etruschi che, nel quadro di una vera e propria politica espansionistica, valicato l'Appennino, scesero in Emilia attraverso la valle del Reno all'incirca nel VI secolo .Risale a questo periodo la fondazione di importanti colonie come Felsina, l'attuale Bologna.

Con l'apertura degli sbocchi sull'Adriatico inizio' un'epoca di grande prosperita' tanto che sulla strada commercialmente piu' importante, che collegava il porto di Spina con l'Etruria vera e propria, lungo la valle del Reno venne fondata Misa, importante centro produttivo e carovaniero. La citta' ebbe un potenziale demografico di circa 4.000 abitanti, ai quali si aggiungevano le genti dei villaggi agricoli sparsi nelle vicinanze (Sperticano, Panico, Sibano di Venola). Per circa un secolo Misa fu l'ultima stazione di sosta prima dei rilievi appenninici, ma poi decadde sotto la spinta delle invasioni celtiche del IV secolo a.C. Della breve dominazione germanica sono rimaste tracce nella toponomastica: Reno deriva dal gallico reinos (corrente). Il declino dell'antica colonia etrusca fu cosi' rapido e inesorabile che quando i Romani ne presero possesso non tentarono neppure di ripristinarne l'assetto urbano, parzialmente scardinato anche dall'erosione fluviale; nel I secolo a.C. a Misa sorgeva solo una villa rustica della quale oggi sono visibili le fondamenta, il pozzo e una fornace per laterizi. La coIonizzazione romana della zona si sviluppo' prevalentemente in residenze rurali di fondovalle, collegate tra loro da una rete di strade minori che solcavano rilievi tra Reno e Setta. Gia' sul finire del II secolo a.C., infatti, la strada etrusca della valle del Reno aveva perso di importanza rispetto ad altre direttrici piu' orientali. Appena fuori dal parco la testimonianza piu' importante della dominazione romana e l'acquedotto di epoca augustea, un monumentale cunicolo scavato nella roccia che portava a Bologna le acque calcarei del Setta, captate nei pressi della confluenza con il Reno. L'acquedotto, ripristinato nel secolo scorso, èparzialmente utilizzato ancora oggi.

Il medioevo tra Reno e Setta

Questa parte di Appennino entro' pienamente nella storia documentata solo quando venne assoggettata al feudale dei conti di Panico. L'estensione dei loro possedimenti, delineata con precisione nel documento di investitura del 1221, ricopriva abbondantemente l'attuale territorio del parco.

Ghibellini implacabili, acerrimi nemici del nascente comune bolognese, ebbero la loro principale dimora presso il borghetto di Panico, su un'altura in posizione strategica a dominare un'ansa del Reno. Il castello venne incendiato dai bolognesi nel 1306 in risposta a una sanguinosa imboscata tesa dai Panico al Sasso di Glossina, l'odierna Rupe del Sasso. Fu un colpo decisivo al potere della casata feudale, che scomparve definitivamente ai primi del '400. Spariti i potenti vassalli della montagna e terminate le sanguinose lotte feudali, le strade diventarono piu' sicure e furono oggetto di manutenzione da parte del primo governo comunale; in particolare la via per la Toscana che fin dalla meta' del '200 aveva grande importanza per il trasporto del legname tagliato in Appennino e convogliato a Bologna per fluitazione sulle acque del Reno e dei suoi affluenti: una strada che fiancheggiasse il fiume fondamentale per il controllo di questo commercio. Un'altra via, forse soltanto una diramazione della precedente, si staccava da quella di fondovalle all'altezza di Panico, dove ponte attraversava il Reno gia' nella prima meta' dell'XI secolo e saliva sul crinale toccando S. Silvestro, Caprara, Veggio e Grizzana.

Fu sicuramente una direttrice minore per la Toscana, ma conduceva al frequentato santuario di Montovolo, a importanti mercati come Pian di Setta e Rioveggio, e a Vigo, sede della prima podesteria della montagna. Lungo questa viabilita' di crinale si trovavano alcuni ospizi e numerosi castelli, come quello di Caprara, sulla cima dell'omonimo monte, che era appartenuto ai Panico. Del castello, situato all'incrocio con una via che collegava Reno e Setta da Sperticano alla Quercia, oggi non restano tracce, cosi' come di quelli di S. Barbara, Brigadello, Veggio e Castelvecchio, tutti lungo il crinale e appartenuti ai Panico.

La viabilita' di fondovalle

All'epoca dei castelli e dei borghi segui' un'organizzazione del territorio in comuni rurali, alla fine del XVIII secolo erano almeno una decina, con un numero anche superiore di chiese parrocchiali, in gran parte dipendenti dalla pieve di S. Lorenzo di Panico; gli abitanti, in prevalenza residenti lungo il crinale e sui versanti, erano circa 1700 (un numero molto alto rispetto alle poche decine attuali). Di questi insediamenti oggi rimane ben poco: qualche casa in cattive condizioni e spesso solo il toponimo o la preziosa documentazione fotografica realizzata nei primi anni '40 da Luigi Fantini, studioso e profondo conoscitore dell'Appennino bolognese. Nel parco gli unici edifici propriamente romanici sono la pieve di S. Lorenzo di Panico e l'oratorio di Lorenzo di Tudiano, entrambi dell'XI secolo; a Stanzano, Poggio e Tudiano, invece, si possono osservare tipiche decorazioni scultoree con simboli a stella, testimonianza dell'opera dei Maestri Comacini, attivi anche in questa zona dal XIII al XVI secolo. I borghi e le case torri come quelle di Ignano, Albareda e Murazze, infine, attestano il grande sviluppo dell'edilizia civile nella montagna bolognese a partire dal '500. Nel XIX con il grande potenziamento della rete di comunicazioni, prima viaria e poi ferroviaria, inizio' il lento spopolamento del crinale a dei fondovalle, e la zona divenne una sorta di isola delimitata da importanti direttrici fra nord e il sud della penisola. Tra i vari progetti per ripristinare l'antico collegamento lungo la valle del Reno, ormai quasi intransitabile, uno prevedeva di utilizzare la medievale via di crinale sulla destra del fiume, ma per non tagliar fuori Vergato venne realizzato il tracciato odierno: la Porrettana, iniziata nel 1816, fu terminata nel 1847 unitamente alla toscana Via Leopolda. Il rinnovamento della valle venne completato, tra il 1862 e il 1864, con la realizzazione su progetto di Protche della ferrovia Bologna-Pistoia: un'opera ardita per quei tempi, con una galleria di 14 km e 20 ponti sul Reno. La vallata del Setta, nonostante una situazione morfologica piu' semplice, ebbe solo nel 1880 la sua strada transappenninica e piu' tardi venne solcata per un breve tratto dalla ferrovia Bologna-Firenze, la cosiddetta Direttissima, progettata sempre da Protche e terminata, dopo l'interruzione dovuta alla prima guerra nel 1934. Nel secondo dopoguerra (1956-60), infine, la valle del Setta fu interessata dalla costruzione dell'Autostrada del Sole, che segue tutto il confine orientale del parco.

L'eccidio e l'abbandono della montagna

E' stata proprio l'importanza strategica di questa dorsale, dalla quale si potevano controllare le valli del Reno e del Setta, che ne ha fatto, nel corso del secondo conflitto mondiale, uno dei principali teatri di scontri e imprese partigiane in Emilia-Romagna. Fino alla meta' di settembre del 1944, la Linea Gotica tedesca, che divideva l'Italia dall'Adriatico al Tirreno, era attestata tra Lagaro e Vergato. Ma sotto l'incalzare delle truppe angloamericane, che in pochi giorni conquistarono Monzuno e una parte del territorio di Grizzana (dove rimasero per quasi 6 mesi), i tedeschi furono costretti ad arretrare la prima linea fino a Monte Sole. Fu la ritirata che le truppe germaniche e, in particolare i reparti comandati dal maggiore Walter Reder, perpetuarono il feroce massacro della popolazione civile, accusata di appoggiare la partigiana Stella Rossa. Il 29 settembre, con una sistematica manovra di accerchiamento, le truppe tedesche, guidate da gruppi fascisti, iniziarono la salita verso la vetta di Monte Sole, sterminando l'inerme popolazione civile in 38 diverse localita'. In questa operazione, che si protrasse sino al 5 ottobre, persero la vita oltre 700 persone, quasi esclusivamente vecchi, donne e bambini. La larga striscia di territorio fra Grizzana e Monte Sole divenne "terra di nessuno": furono scavate trincee e buche per le postazioni di artiglieria e la zona venne abbondantemente minata e fatta oggetto di cannoneggiamenti e bombardamenti. I pochi sopravvissuti al massacro furono costretti a lasciare la montagna, e lo stesso fecero i partigiani, che in questa zona non operavano in accordo con le truppe alleate. L'abbandono del territorio tra Setta e Reno fu inesorabile. Sotto le bombe crollarono quasi tutti gli edifici e l'estensione dei campi minati rese insidiosa, anche dopo il termine della guerra, gran parte della zona. Forse anche per non convivere con i dolorosi ricordi di un massacro le cui reali dimensioni furono chiare solo alla fine della guerra, pochi hanno ricostruito le abitazioni perdute sulle montagne, nel frattempo riconquistate dalla natura.

COME ARRIVARCI

Il Parco Storico Regionale di Monte Sole occupa la porzione del medio Appennino bolognese compresa tra il fiume Reno e il torrente Setta, suo principale affluente, a partire dalla loro confluenza sino all'abitato di Grizzana Morandi. Il territorio è dolorosamente noto per gli episodi di inaudita ferocia di cui si resero protagonisti i nazifascisti nell'autunno del 1944. Oggi in gran parte spopolato, e ricco di emergenze naturalistiche, paesaggistiche e storiche. Estesi boschi rivestono oltre meta' della superficie e costituiscono un habitat per la fauna selvatica. I rilievi offrono vasti panorami sui monti e le vallate circostanti, custodi di preziose testimonianze storiche; fra le tante, nei pressi di Marzabotto, spicca l'etrusca Misa. La piu' veloce via di avvicinamento è l'Autostrada Bologna-Firenze, con icaselli di Sasso Marconi e Rioveggio. Dalla Statale 325 della Val di Setta, il parco è raggiungibile superando il torrente in corrispondenza di vari nuclei abitati. Anche lungo la Porrettana, nonche' il fondovalle del Reno, esistono diverse possibilità di accesso. La panoramica Provinciale Camugnano-Grizzana, che attraversa il settore centrale dell'Appennino bolognese, consente di raggiungere i confini meridionali dell'area protetta. Da segnalare, infine, le linee ferroviarie Bologna-Firenze (stazioni di Monzuno e Grizzana) e Bologna-Porretta-Pistoia (Lama di Reno, Marzabotto, Pioppe di Salvaro, Vergato).

NOTIZIE UTILI

Il Parco ha una superficie di circa 6000 ha., nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, ed è stato istituito nel 1989 con una apposita legge che precisa la sua natura, del tutto peculiare, di parco storico. Il piano terrtoriale, in fase di elaborazione da parte della Provincia di Bologna, definira' il progetto complessivo del parco, al quale spetta il compito di restaurare e conservare il patrimonio storico della zona, di tutelare e valorizzare l'ambiente naturale, di ricostruire e diffondere la memoria dei tragici eventi dell'autunno del '44 e di mantenere aperta la riflessione su quei fatti, offrendo, specie alle giovani generazioni, una vera e propria "scuola di pace". Nel parco verra' individuata la zona del Memoriale, dove si concentrarono i piu' significativi eventi del '44, oltre ad altre di interesse naturalistico, storico-archeologico e culturale. La gestione è affidata a un consorzio che, oltre ai tre comuni, comprende il Comune e la Provincia di Bologna e le Comunita' Montane dell'Alta e Media Valle del Reno e delle Valli del Savena e dell'Idice. La sede è presso il municipio di Marzabotto, in piazza XX Settembre 1 (tel. 051/932803). A Poggiolo Nuovo è previsto l'allestimento di un centro di documentazione e informazione per i visitatori, con annessa foresteria. Numerose sono le iniziative che hanno lo scopo di ricordare l'eccidio. Il Comitato Regionale per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto, oltre a promuovere incontri sui temi della solidarieta' e dell'impegno civile, organizza ogni anno, la prima domenica di ottobre, una cerimonia commemorativa. Nello stesso periodo commemorazioni si svolgono anche in altre localita' colpite, come Salvaro e Creda di Grizzana. Nel 1949 Marzabotto, per tutti i luoghi interessati dall'eccidio, venne decorata di Medaglia d'Oro al Valor Militare dall'allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Da alcuni anni, in localita' Casetta, vicino al cimitero di Casaglia, risiede la comunita' religiosa "Piccola Famiglia dell'Annunziata", creata oltre trent'anni fa da don Giuseppe Dossetti, uno dei padri della Costituzione repubblicana. Inizialmente ospitata nell'abbazia di Monteveglio, la comunita' ha poi scelto di mantenere vivo con la preghiera il ricordo dei tragici avvenimenti che hanno insanguinato questi luoghi.

Una fitta rete di sterrate, cavedagne e sentieri parzialmente segnalati e non, sempre agevoli per l'instabilita' del suolo consente di raggiungere tutti i luoghi di maggiore interesse del parco.

Da leggere. Fra le guide escursionistiche possono essere utili:

Tra Savena e Reno: guida turistica dei Comuni di Castiglion dei Pepoli, Marzabotto, Monzuno, San Benedetto Val Di Sambro, Bromurodargento; L. Tabanelli, M. Vianelli, A piedi in Emilia Romagna, vol. 2, Iter; M. Vianelli, Facili escursioni sulle colline attorno a Bologna, Tamari.

Le vicende dell'ultima guerra hanno ispirato numerosi saggi storici e opere narrative, fra i quali si segnalano: G.Lippi: La Stella Rossa a Monte Sole, M. Jannelli: Solitarie passeggiate a Monte Sole, L. Gherardi:Le querce di Monte Sole, J. Olsen:Silenzio su Monte Sole. Da segnalare anche :

Viaggio d'istruzione a Marzabotto, a cura degli studenti dell'Istituto Faraday di Roma Lido. Di imminente pubblicazione e': Marzabotto, quanti, chi, dove, a cura del Comitato Regionale per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto. Su Misa si ricordano :G.Sassatelli La Citta' etrusca di Marzabotto, Guida al museo etrusco di Marzabotto e Problemi urbanistici della citta' etrusca di Marzabotto: revisione critica (estratto da L:Archiginnasio, bollettino della Biblioteca Comunale di Bologna).

Per quanto riguarda l'opera di Morandi a Grizzana, è da ricordare Morandi, I'immagine di Grizzana, Comune di Grizzana. Sempre a Grizzana si trova il Centro di Documentazione Giorgio Morandi (tel. 051/913695) che presto si trasferira' nel nucleo rurale del Campiaro, dove in futuro avra' sede anche il Centro di Promozione e Commercializzazione Turistica "Bell'Appennino ".

Nel centro di Marzabotto sorge un sacrario che commemora le vittime dell'eccidio. Fra gli edifici religiosi a breve distanza dal parco meritano una visita la pieve di Rocca di Roffeno, raro esempio di arte romanica, e, a Montovolo, due chiese risalenti ai secoli XI e XIII. A Riola di Vergato sorge la chiesa di S. Maria Assunta, costruita nel 1976 su progetto del finlandese Alvar Aalto. Nelle vicinanze di Riola sono da segnalare la bizzarra Rocchetta Mattei, della seconda meta' del secolo scorso, e il borgo di Scola, stupendo esempio di architettura medievale appenninica.

PUNTI DI INTERESSE

Monte Baco.

Il rilievo, dalla sommita' articolata, domina la confluenza tra Reno e Setta. Le sue pendici sono interamente rivestite da boschi ad eccezione del ripido versante settentrionale, dove la copertura è interrotta da affioramenti arenacei. I settori meridionali sono caratterizzati da formazioni boschive piu' basse e aperte, alternate a prati e arbusteti, e consentono belle vedute verso le montagne circostanti, tra cui spicca il maestoso Contrafforte Pliocenico.

Monte Giovine.

Dal pianoro erboso che occupa la cima del monte, dominato da un ripetitore, il panorama si apre sul territorio circostante: verso nord, dove il Reno raggiunge la pianura, si riconosce il colle della Guardia con il Santuario di S. Luca, mentre a sud lo sguardo il crinale appenninico. Il contrasto microclimatico tra il fresco versante settentrionale e il soleggiato versante meridionale si riflette sulla copertura vegetale, con estesi boschi mesofili nel primo e basse boscaglie a roverella nel secondo.

S. Silvestro.

Tracce dell'antica architettura romanica restano solo nell'abside dell'ottocentesca parrocchiale, un tempo legata alla comunita' di Casola sopra Sirano. Da questo punto panoramico sulle valli del Reno e del Setta iniziava il tratto di crinale di un'antica via per la Toscana; ancora oggi presso Volta, a nord di Monte S. Barbara, la strada, fiancheggiata da siepi miste, mostra il fondo acciottolato.

Panico.

L'antico borgo conserva la chiesa romanica di S. Lorenzo, un prezioso edificio con interno basilicale a tre navate e abside semicircolare ricca di ornamenti. Nel secolo scorso, sui terreni del fondo parrocchiale, furono rinvenuti reperti di probabile origine etrusca, che attestano l'esistenza di un insediamento agricolo preromano. Oltre il Reno, in posizione dominante su un'ansa del fiume, si erge la rupe del Castellazzo, sulla quale sorgeva il castello dei conti di Panico.

Canovella.

Su questo terrazzo fluviale si e' conservato un lembo di paesaggio rurale ricco di elementi tradizionali: prati e seminativi si alternano a filari di vite maritata con tutori vivi come aceri campestre noci e ciliegi. Un lungo filare di querce secolari fiancheggia la che porta a Canovella, dove, a meta' del secolo scorso, furono scoperte tombe villanoviane.

Misa.

In questo tratto della valle un esteso terrazzo alluvionale, affiancato da una bella ansa del Reno, fronteggia i selvaggi versanti di Monte Abelle: qui sorgeva l'etrusca Misa. Gli scavi su una superficie di circa 20 ha., hanno messo in luce la struttura della citta', restituendo ricchi corredi funerari e numerosi altri oggetti. L'alta statua che domina il parco della Villa Aria è la riproduzione ingrandita di un pregevole bronzetto ritraente un guerriero e una donna che è conservato nell'adiacente museo.

Calanchi presso Misa.

Monte S. Barbara.

Il rilievo è rivestito da estesi boschi con Carpino nero, roverella, cerro e castagno nelle pendici piu fresche, mentre ripide pareti rocciose caratterizzano i versanti assolati che scendono verso la valle del Setta. Sulla cima del monte sono visibili i ruderi dell'oratorio di S. Barbara, sussidiale della parrocchiale di Ignano, un piccolo agglomerato poco distante ricordato gia' nel XII secolo, che conserva due edifici dalla tipica struttura di casa-torre.

Rio Burrone Gorgone.

Il rio presenta una ripida testata valliva interamente boscata, modellata nelle arenarie, e una valle che, passando a rocce marnose, assume suggestive morfologie calanchive. La parte basale delle pareti calanchive è rivestita da una folta vegetazione arbustiva, mentre quella sommitale è completamente spoglia. Il versante sinistro è sovrastato da altopiani con e seminativi. E' possibile risalire per un breve tratto il rio, dal punto in cui a quest'ultimo si unisce il Rio di Quilio, lungo un sentiero spesso fangoso che ne costeggia la riva sinistra fino ai piedi della imponente parete calanchiva.

Sperticano.

Il piccolo borgo sorse con tutta probabilita' a servizio di un antico guado del Reno. Presso il cimitero, negli anni '70, vennero rinvenute tracce di un insediamento etrusco materiale ceramico analogo a quello di Misa. Nelle vicine frazioni di Casa Rodella e Baccanello, piu' prossime al fiume, furono portate alla luce tombe di epoca villanoviana ed etrusca.

Nucleo di lecci.

Gli assolati pendii arenacei della dorsale che da Monte S. Barbara si prolunga fino a Monte Sole ospitano alcuni consistenti nuclei di lecci, le cui chiome sempreverdi, in inverno, contrastano con gli spogli boschi circostanti.

Monte Sole.

La tradizione locale vuole che Monte Sole, il rilievo piu' elevato della zona, debba il nome al fatto di essere l'ultimo illuminato dalla luce del tramonto. Le sue pendici, soprattutto in prossimita' della cima, sono ancora segnate da tracce di trincee, postazioni di artiglieria e buche provocate dai bombardamenti. Sulla sommita' del monte una stele ricorda la brigata partigiana Stella Rossa, che combatte' su queste montagne.

Albareda.

Ai margini di un grande campo, circondata da vecchi ciliegi, noci e altri alberi da frutto, sorge la bella casa-torre di Albareda, una delle rarissime costruzioni duecentesche sopravvissute quasi intatte. La strada che porta al Poggiolo fiancheggia in questo tratto il mascherato da una folta fascia di vegetazione con prevalenza di robinia e grandi esemplari di pioppo bianco e nero. In corrispondenza di uno spiazzo con alcune maestose roverelle è possibile accedere alla sponda destra, in un punto in cui depositi di sabbia hanno formato una spiaggetta.

Poggiolo Nuovo.

I prati che circondano l'edificio recenemente recuperato, nel quale avra' sede il futuro centro di documentazione del parco, sono separati da cavedagne fiancheggiate da vecchi ciliegi e roverelle. Un invaso artificiale, segnalato da alti pioppi neri e salici bianchi, ospita varie specie di insetti acquaioli e anfibi (rane, rospi, tritoni punteggiati).

S. Martino di Caprara.

Solo un piccolo cimitero e i ruderi della chiesa di S. Martino, ormai seminascosti dalla vegetazione, ricordano l'abitato di Caprara, un tempo il piu' importante di tutto il distretto intervallivo. Sorto ai piedi del castello omonimo, di cui non restano tracce, rimase capoluogo dell'attuale comune di Marzabotto fino al 1851. Il borgo, che possedeva belle costruzioni quattrocentesche, venne completamente cancellato nell'autunno del 1944.

Casaglia.

La comunita' di Casaglia di Caprara, citata nell'elenco del Senato Bolognese dal 1223, alla fine del '700 era composta da quasi 300 persone. Oggi restano solo i ruderi dell'antica chiesa, sventrata dai bombardamenti, e del piccolo cimitero, dominato dalla vetta di Monte Sole, che fu uno dei luoghi principali dell'eccidio; nella cappella vennero trucidati 80 civili.

Bosco acidofilo.

La strada che si snoda lungo questo tratto di crinale attraversa un bosco di castagno, querce e pioppo tremulo, con isolati esemplari di pino silvestre. Nel sottobosco lungo le scarpate vegetano arbusti tipici dei suoli acidi: a primavera si incontrano le ricche fioriture dorate della ginestra tubercolosa (Genista pilosa) e di quella spinosa (G. germanica), che affiancano le dense macchie di erica arborea; poco piu' tardi fioriscono ginestra dei carbonai e cisto a foglia di salvia.

Calanchi del Rio Cavallaccio.

Una spettacolare parete calanchiva, modellata in rocce marnose,segna il versante sinistro del rio. Pochi cespugli di ginepro, orniello, carpino nero e roverella risalgono dal fondovalle lungo i ripidi versanti; nei punti piu' scoperti solo ceppitoni e astragalo rosato (Astragalus monspessulanus) resistono all'incessante movimento del terreno che frana verso valle. A primavera nelle praterie arbustate alla base dei calanchi, tra macchie diolivello spinoso, ginestra, ginepro e agazzino, fiorisce Listera ovata, un'orchidea riconoscibile per le due grandi foglie ovali, con fiore verdastro poco appariscente.

Le Murazze.

Solo di recente in questo antichissimo nucleo fortificato è stata identificata la Rocca delle Bedolete, appartenuta ai conti di Panico. Il luogo mostra ancora tracce dell'originale cinta muraria e dei due portali e conserva l'alta e stretta torre duecentesca con feritoie (purtroppo fortemente danneggiata).

Quercia.

In questo antico borgo che fu contea, sul quale oggi incombono i viadotti autostradale e ferroviario, rimane un notevole edificio con caratteristiche architettoniche cinquecentesche, tra cui il tetto a lunghe falde; sull'intonaco della colombaia si notano tracce di decorazioni ad affresco raffiguranti colombi neri su fondo giallo.

Monte Termine.

Crocione di Monte Salvaro.

La sommita' appiattita del monte è rivestita da un lembo di prateria in cui trovano posto una grande croce metallica e un'edicola votiva in sasso. La densa copertura boscata che risale dalle pendici del monte chiude la visuale sui territori circostanti: solo verso sudovest si coglie un'ampia veduta della dorsale appenninica fino alle cime del reggiano.

Valle del Rio Sabbioni.

Il nome del rio segnala la natura arenacea degli estesi affioramenti che caratterizzano la valle. Nei tratti meno ripidi cresce un denso bosco misto di roverella e Carpino nero che, lungo le sponde del corso d'acqua, si arricchisce di numerosi cespugli di nocciolo, salici e sporadici esemplari di faggio.

Casa Elle.

Il luogo, menzionato per la prima volta in un documento del 1104, forse per la presenza di un castello a difesa del fondovalle, è oggi un borghetto costituito da un oratorio, una torretta e un palazzo di origine trecentesca, con una posticcia merlatura ottocentesca. Sull'architrave di una finestra dell'adiacente casa colonica è riportata la data 1540.

Monte Pezza.

Lungo la valle del Setta, il settore meridionale del parco è caratterizzato da elevata dorsale che da Monte Pezza prosegue sino a Monte Salvaro. Chiari affioramenti rocciosi caratterizzano il tratto piu' ripido che scende subito sotto il crinale; folti boschi mesofili, con bei nuclei di castagneto da frutto, rivestono le pendici meno acclivi del versante nordoccidentale del monte.

S. Lorenzo di Tudiano.

Ai margini della strada sorge l'oratorio di S. Lorenzo, inserito in un paesaggio di prati e boschi, che è tra i piu suggestivi del parco; l'edificio risale al XII secolo e fu' costruito su un insediamento romano impiegando grossi conci di arenaria; è a una sola navata, con tetto a capanna e campaniletto a vela.

Poggio.

Lungo la strada che collega Monte Termine a Grizzana, si incontra un borghetto discretamente conservato, che ospita una bella abitazione e una torre della meta' del '500 con bassorilievi di pregevole fattura (rosoni, un'intreccio di cordoni, le chiavi incrociate del della Chiesa). Il versante settentrionale della dorsale su cui sorge Poggio è rivestito da un esteso castagneto da frutto.

Grizzana Morandi.

L'odierno centro di Grizzana, formato dagli antichi borghi di Strada e Predafitta, per quanto ampiamente rimaneggiato conserva alcuni edifici quattrocenteschi di pregio con finestre a mensola e una torre che, su un'architrave, porta tre rose e la data 1577.

ITINERARI CONSIGLIATI

1-Monte Giovine e il Monte Baco.

Da S. Silvestro (311 m) si segue la sterrata diretta a Stanzano, per abbandonarla in corrispondenza di una sella dove compie una decisa curva a destra; sulla sinistra parte un sentiero che, tra lembi di bosco e prati, conduce in vista della cima di Monte Giovine, raggiungibile seguendo una traccia che corre lungo la boscosa dorsale orientale del monte. Ritornati sulla sterrata, si sale a Stanzano di Sopra, da dove inizia un comodo sentiero lungo il quale si incontrano alcune cavità scavate nella roccia in posizione strategica sulla sottostante valle del Reno; si tratta probabilmente di depositi di munizioni utilizzati durante la guerra. In breve si raggiunge la sommita di Monte Baco (427 m). Durata: 2 ore (a/r).

Monte Santa Barbara.

Da Ignano di Sopra (432 m) si sale per una carraia fino all'antica via di dalla quale si gode un'ampia visuale sui territori circostanti. Superato un bell'edificio in localita' la Volta, si comincia a costeggiare la dirupata testata di valle del Rio Villa Dignano. A un bivio si imbocca il sentiero di destra che, tra incolti e arbusteti, supera un abbandonato e sale a una panoramica sella. Si prosegue verso Monte S. Barbara, mantenendosi sulla traccia piu' a destra, che dopo un lembo di bosco costeggia un esteso prato per poi inoltrarsi sulla sinistra in un fitto arbusteto ormai in prossimita della cima (591 m). Superati i ruderi dell'oratorio di S. Barbara, si scende per un bosco ombroso fino alla Volta e, da qui, si torna a Ignano di Sopra. Durata: 2 ore.

Caprara, Monte Sole e Casaglia.

Dal Poggiolo (411 m) si segue via Casaglia fino ai ruderi della chiesa di Caprara, dove inizia un sentiero in direzione di Nuvoleto; lasciati a sinistra rilievi dei monti Caprara e Abelle, l'itinerario attraversa le ombrose pendici occidentali e settentrionali di Monte Sole. In corrispondenza di una sella, che consente di affacciarsi sul dirupato versante meridionale, si lascia il sentiero per imboccare sulla destra una traccia che sale, con bruschi cambi di direzione, fino alla panoramica cima del (668 m). L'itinerario prosegue discendendo le assolate pendici meridionali fino al cimitero e ai ruderi della chiesa di Casaglia. Durata: 5 ore.

4 - Il Crocione di Monte Salvaro.

Da Ca' Mascagni (564 m), tra prati e lembi di bosco, si sale per una carrareccia che conduce in vista di Ca' la Sete, sulle pendici di un dosso rivestito da una estesa prateria arbustata. Seguendo le indicazioni per il Crocione di Monte Salvaro, si attraversano gli ombrosi boschi del versante nordoccidentale di Monte Pezza e poi aree piu' aperte, praterie arbustate e vecchi castagneti fino a raggiungere tal cima di Monte Salvaro m). Al ritorno si percorre il sentiero che dai ruderi in localita' Monti si porta in vista della bella valle del Rio Sabbioni. A Ca' Minghello l'itinerario prosegue per una carraia che supera la bella vallecola di un affluente del rio e arriva a un incrocio; da qui, mantenendo la sinistra si raggiungono in breve Ca' la Fame e Ca' la Sete, dove il sentiero si ricongiunge a quello dell'andata. Durata: 4 ore.