L'ORIGINE DI SAN LAZZARO

L'area del parco è chiusa a ovest dal Savena, la cui valle è percorsa dalla strada di Toscana, da sempre una delle piu' frequentate vie transappenniniche.

Verso valle il corso del torrente, che parrebbe dirigersi verso Bologna, curva a destra, sotto l'Ospedale Bellaria, raggiungendo la Via Emilia dove segna il confine tra Bologna e S. Lazzaro. Il Savena non ha sempre avuto questo andamento, ma venne deviato nella seconda meta' del '700; l'aggiunta "di Savena" a San Lazzaro è soltanto ottocentesca. La cittadina ha avuto origine, tra il XII e il XIII secolo, dalla presenza di un ospedale per lebbrosi e di una chiesa (oggi sede del municipio). I lazzaretti, istituzioni tipicamente medievali, nella nostra regione erano collocati sempre sulla Via Emilia, verso oriente e fuori dai centri urbani, per isolare i malati dal resto della comunita'. Soltanto nel XV secolo, quando la malattia ebbe una forte riduzione, intorno all'ospedale comincia a svilupparsi un vero centro abitato.

GESSI BOLOGNESI E CALANCHI DELL'ABBADESSA

Il Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell'Abbadessa si sviluppa sulle prime pendici della collina bolognese, nelle immediate vicinanze del capoluogo emiliano, intorno a importanti affioramenti gessosi che hanno dato vita a un complesso carsico di estremo interesse. Doline, altopiani, valli cieche e rupi rocciose modellano in maniera suggestiva il territorio lungo una fascia che, sviluppandosi in modo discontinuo trasversalmente alle valli, culmina verso est nella imponente Vena del Gesso Romagnola (destinata anch'essa a fare parte del sistema delle aree protette regionali). Il parco abbraccia inoltre i calanchi dell'Abbadessa, una spettacolare formazione che imprime al paesaggio un aspetto di severa bellezza.

L'estrema vicinanza a Bologna e a numerosi centri abitati della pianura rende ancora piu' preziosa l'esistenza dell'area protetta. Le varie emergenze naturali, paesaggistiche e storiche sono agevolmente raggiungibili dalle strade di fondovalle che attraversano il parco e da molti punti della Via Emilia, tra San Lazzaro e Ozzano.

UNA BELLEZZA NASCOSTA DELLE COLLINE BOLOGNESI

Il territorio del Parco dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell'Abbadessa si estende nella prima fascia collinare, a ridosso della Via Emilia, in vista di Bologna e della pianura. Il Savena segna per un lungo tratto il confine occidentale dell'area protetta, che a est si spinge sino al Quaderna; nella sua parte centrale è situata la confluenza fra Zena e Idice. Il parco racchiude vasti affioramenti gessosi con splendide morfologie carsiche e, nel settore piu' orientale, i suggestivi calanchi del Passo della Badessa. Per quanto profondamente intaccati in vari punti dalle passate attivita' estrattive, i gessi bolognesi rappresentano una delle principali emergenze naturali della regione e nascondono aree di particolare bellezza, la cui parziale integrita' è in gran parte dovuta alle forme accidentate, che non ne hanno mai consentito il pieno sfruttamento. Su queste colline, interessate da importanti collegamenti transappenninici fin dall'antichita', si èsviluppata una viabilita' di fondovalle e di crinale che, per le caratteristiche del territorio, ha favorito solamente l'insediarsi di piccoli nuclei abitati sparsi. Per raggiungere il cuore del parco si attraversa un paesaggio dolcemente ondulato, movimentato dalla continua alternanza di aree coltivate e boscate che riflette la secolare presenza dell'uomo. Estesi campi di grano, medica e altre colture occupano i pendii meno ripidi, disegnando forme irregolari e sinuose che contrastano con gli appezzamenti geometrici della vicina pianura; ai seminativi si affiancano frutteti e vigneti un tempo rinomati. Fra le sparse case coloniche spiccano ville signorili e palazzi, spesso molto antichi e di pregevole architettura, protetti dalle chiome di maestosi pini domestici e di slanciati cipressi che, a volte, accompagnano anche le strade. Ma sono soprattutto le grandi querce isolate o in filare, le siepi di prugnolo e biancospino e i primi lembi di bosco a introdurre un paesaggio naturale che si sposa armoniosamente con quello agrario. La vegetazione spontanea finisce per dominare dove affiorano i gessi o emergono le formazioni calanchive: è qui che sono custodite le ricchezze naturali del Parco.

L'AFFASCINANTE STORIA DEI GESSI

L'emergenza di maggiore rilievo del parco, intorno alla quale si è andato costruendo il progetto di tutela, è costituita dagli affioramenti dei gessi messiniani, che appartengono alla formazione geologica nota come Gessoso Solfifera. Conosciuto anche con il nome di selenite, per i suoi riflessi lunari, il gesso degli affioramenti bolognesi si presenta In grosse cristalli con forma caratteristica, detta a coda di rondine o a ferro di lancia. Dal punto di vista chimico si tratta di un sale, il solfato di calcio biidrato (CaSO4.2H20), che insieme ad altri costituisce la normale soluzione delle acque marine, dalle quali precipita durante fasi di prolungata evaporazione. La sua particolare cristallinita' ha ingannato a lungo gli studiosi che tentavano di spiegare la genesi delle "gessaie bolognesi": ancora verso la fine del 1800 era ritenuta una particolare roccia metamorfica. Oggi, invece, ricostruire la storia geologica dei gessi significa ripercorrere, attraverso uno sforzo dell'immaginazione, gli eventi straordinari che investirono l'intero bacino mediterraneo durante il Messiniano (tra 4 e 5 milioni di anni fa circa). In quel periodo, il Mediterraneo rimase a piu' riprese isolato dall'Oceano Atlantico, probabilmente per l'abbassarsi del livello degli oceani, e nei periodi di isolamento l'evaporazione provoco' il disseccamento del bacino, trasformandolo in una gigantesca e bianca salina. Alcune ricostruzioni ambientali fanno ritenere che durante il Messiniano il clima fosse piu' caldo dell'attuale. Anche nelle attuali condizioni climatiche, tuttavia, si è calcolato che, con la chiusura dello stretto di Gibilterra, il Mediterraneo impiegherebbe solo un migliaio di anni per prosciugarsi: le perdite dovute all'evaporazione superano, infatti, di gran lunga gli apporti di acque dolci. La "crisi di salinita'" messiniana produsse effetti anche nelle aree vicine all'Appennino, determinando la formazione di diversi strati gessosi, attraverso ripetuti cicli di evaporazione. Nel bolognese, soprattutto alla base della formazione, gli strati possono raggiungere spessori di 15 m; verso l'alto, invece, si fanno piu' sottili, segnalando fasi di evaporazione piu' brevi. La presenza, tra gli strati di gesso, di strati argillosi piu' scuri, spesso ricchi in sostanza organica, indica interruzioni cicliche nella precipitazione dovute a diluizione delle soluzioni marine. Nel parco, gli strati gessosi sono esposti lungo le scoscese falesie che chiudono la valle dell'Acquafredda, dove sono evidenti almeno tre banconate gessose di grande spessore, separate da fasce di vegetazione che sottolineano gli interstrati argillosi. Gli strati sono visibili anche in molte cave (come al Farneto) e nella valle cieca di Ronzano. Ma il luogo piu' significativo per osservare l'intera successione stratigrafica dei gessi è l'alveo dell'Idice, nel tratto dove il torrente li attraversa all'altezza di Castel de' Britti.

IL CARSISMO: DOLINE, INGHIOTTITOI E GROTTE

La natura solubile del gesso ha determinato in tutto il parco un esteso sviluppo dei fenomeni carsici, creando paesaggi unici, molto diversi da quelli delle colline adiacenti. In superficie si modellano depressioni chiuse, come le valli cieche e le doline, e si aprono molte grotte, dalle quali si accede a un complesso mondo sotterraneo. Attraverso numerosi punti di assorbimento, come gli inghiottitoi ma anche le piccole fratture, il sistema idrologico sotterraneo si arricchisce continuamente, con effetti speleogenetici grandiosi. Le valli cieche si formano dove ha inizio l'affioramento dei gessi. Un piccolo solco vallivo, inciso su rocce non solubili (generalmente marnose), termina contro rupi gessose, e attraverso un inghiottitoio ha inizio il percorso sotterraneo delle acque: un vero e proprio torrente ipogeo. Le doline si formano invece sopra le vaste aree gessose hanno diverse modalita' di sviluppo. Possono nascere per il progressivo approfondimento di una zona di assorbimento, dove si sviluppa un inghiottitoio, a cui segue un abbassamento piu'lento dei fianchi, oppure avere origine per il crollo delle volte delle grotte, che mette in comunicazione i sistemi sotterranei con le morfologie superficiali. L'area carsica racchiusa nel parco è per molti aspetti di interesse internazionale. La dolina della Spipola è la maggiore dolina su gesso dell'Europa occidentale e il suo settore meridionale è movimentato da alcune doline minori, in parte approfonditesi per crollo (Buco dei Buoi e dei Quercioli). Il sistema sotterraneo, che dalla valle cieca dell'Acquafredda si snoda sino alla risorgente Siberia, ha uno sviluppo conosciuto di oltre 9 Km. Nel settore gessoso tra Zena e Idice, inoltre, si trovano una bella valle cieca, nota come Buca di Ronzano, le ampie doline di Gaibola e dell'Inferno e varie cavita'minori (nella dolina di Gaibola, ad esempio, la bella Grotta Novella, sede di un laboratorio ipogeo). Lo sviluppo di alcuni importanti collegamenti sotterranei, individuati mediante colorazione delle acque, non è ancora esplorato: le acque assorbite dalle doline dell'Inferno e di Gaibola e dalla valle cieca di Ronzano tornano, infatti, alla luce in risorgenti presso il fondovalle di Idice e Zena. Il carsismo nei gessi è stato oggetto di studi e osservazioni fin dal '700, quando l'abate Calindri descrisse con parole suggestive il vallone dell'Acquafredda, ma la conoscenza di queste aree attraverso organiche ricerche speleologiche è cominciata con Luigi Fantini, che dall'inizio degli anni '30 porto' alla scoperta di numerose grotte, tra cui quella della Spipola, dando poi vita al Gruppo Speleologico Bolognese. Molte grotte del parco, con morfologie, concrezionamenti e resti archeologici di grande interesse scientifico, sono sottoposte a particolare tutela e chiuse per preservarle dai vandalismi.

CANDELE E BOLLE DI SCOLLAMENTO

Alla natura solubile e macrocristallina della selenite si devono alcune forme peculiari che si possono osservare sugli affioramenti. Su paretine ripide si trovano profondi solchi verticali, che per il particolare aspetto sono chiamati candele; la loro origine è dovuta al ruscellamento dell'acqua lungo le linee di massima pendenza. Su alcuni affioramenti, invece, si notano a volte curiosi rigonfiamenti che, attraverso piccole aperture, mostrano cavita' a forma di cupola. Si tratta delle bolle di scollamento, che hanno origine da complessi meccanismi di dissoluzione-ricristallizzazione, a cui si deve un aumento di volume della parte interessata dalla ricristallizzazione, con conseguente rigonfiamento e scollamento di un certo spessore gessoso.

I CALANCHI DELL'ABBADESSA

I calanchi dell'Abbadessa formano una bella dorsale argillosa modellata nel substrato geologico piu'antico delle colline bolognesi: le "Argille Scagliose". Il nome, oggi superato ma che conserva valore nelle descrizioni geologiche del bolognese, si deve al geologo ottocentesco Gian Giuseppe Bianconi, che cosi' commentava l'aspetto di queste rocce: "Chiunque abbia visto i terreni delle argille ha pur veduto la varieta' dei colori che per zone, vene e macchie, stranamente ravvolte le percorrono in ogni senso... Le argille dunque che il terreno cui esse appartengono è un terreno di profondo travolgimento, e che li materiali dei quali consta sono venuti da varie parti...". Le "Argille Scagliose" sono un complesso roccioso dove domina una matrice argillosa variegata, a cui sono mescolati inclusi rocciosi di varia natura e con eta' differenti (da 180, per i frammenti ofiolitici, a 60 milioni di anni). Il complesso viene definito alloctono perchè il contesto geografico in cui ha avuto origine è situato, nelle ricostruzioni geologiche, in aree molto distanti da quelle di affioramento attuale, in un settore paleogeografico indicato come Oceano Ligure (per questo si usa il nome di Liguridi). Sono rocce che hanno traslato enormemente nel corso dell'orogenesi appenninica, acquisendo un aspetto caotico: tra argille di colori diversi emergono con frequenza inclusi marnosi bianchissimi, stirati in forme allungate o irregolari, e chiari blocchi calcarei di diverse dimensioni. L'argilla ha caratteristiche molto peculiari. Formata da particelle di dimensioni piccolissime, èinfatti impermeabile e si ammorbidisce notevolmente a contatto con l'acqua. Per questo è una roccia molto erodibile e crea versanti instabili. Spesso fattori diversi, come la pendenza dei versanti, il tipo di copertura vegetale, l'esposizione e l'attivita' antropica, convergono nel causare dinamiche erosive molto intense; è cosi' che sui pendii argillosi si approfondiscono i calanchi, con i loro scenari desertici, a volte incredibilmente colorati.

I BOSCHI FRESCHI E LE SPECIE MICROTERME

Nei versanti piu' ombrosi e sul fondo delle doline crescono boschi misti con roverella, carpino nero e orniello, accompagnati da sorbo domestico, ciavardello, acero campestre e, piu' di rado, tiglio e Carpino bianco; cerro e castagno compaiono solo sui terreni con un buon grado di acidita'. Si tratta in larga parte di boschi cedui, che hanno subito tagli frequenti e eccessivi; scarseggiano gli alberi ad alto fusto e spesso compaiono robinia e ailanto, due esotiche infestanti che contraddistinguono le situazioni piu' degradate. Numerosi sono gli arbusti nel sottobosco: nocciolo, corniolo, sanguinella coronilla, biancospini e fusaggine, ai quali si avviluppano i fusti lianosi di caprifoglio e vitalba. Molto suggestivo, all'inizio della primavera, èlo strato erbaceo, che si colora dei fiori di primule, viole, erba trinita', dente di cane, anemone dei boschi, anemone gialla, scilla e polmonaria; in autunno il rosa carico dei fiori di ciclamino spicca tra le chiazze sempreverdi di pungitopo. Sul fondo delle doline e agli ingressi degli inghiottitoi l'aria fredda tende a ristagnare creando un microclima fresco e umido in cui trovano posto piante che di norma si incontrano a quote maggiori dell'Appennino: mercorella canina, bucaneve, giglio martagone, giglio rosso, colombina, lingua cervina, aglio orsino, il raro isopiro e la rarissima speronella lacerata (Delphinfum fissum). Nell'ambito del parco la presenza di queste specie microterme Ñ legata alla conservazione dei fragili equilibri delle limitatissime stazioni in cui compaiono I boschi caldi e asciutti e le presenze mediterranee.

Nei boschi dei versanti piu' assolati e sui bordi delle doline la roverella è la specie dominante, accompagnata da orniello, acero minore e da una fitta compagine di arbusti in gran parte spinosi, spesso sormontati dai fusti rampicanti dell'asparago pungente. Molto appariscenti, ma sporadici, sono vescicaria e scotano. In prossimita' degli affioramenti gessosi il querceto a roverella si fa discontinuo, con alberi bassi e contorti che si alternano a macchie di arbusti in cui abbonda la ginestra; in queste stazioni, caratterizzate da un microclima decisamente caldo e arido, compaiono piante tipiche della flora mediterranea come fillirea, alaterno e leccio, che d'inverno spiccano per il colore cupo del fogliame sempreverde; a queste specie se ne affiancano altre, meno vistose ma altrettanto significative: Osyris alba, Cistus salvifiolius, Erica arborea e Rosa Sempervireps, l'unica sempreverde fra le rose selvatiche italiane. Queste presenze mediterranee sono relitti di una vegetazione che interesso' la nostra regione durante una fase piu' calda dell'attuale, sopravvissute ai successivi cambiamenti climatici solo nelle stazioni pi¢ favorevoli.

LE PIANTE DEGLI AFFIORAMENTI

Dove il gesso affiora, la vegetazione subisce un brusco cambiamento e le particolari condizioni ambientali impongono precisi adattamenti alle piante. I costoni rocciosi del parco appaiono, a prima vista, privi di vita vegetale, ma osservando piu' da vicino si scorgono presenze inconsuete, come le macchie di colore formate dai licheni: frequenti sono le gialle chiazze crostose di Fulgensia fulgida e i talli verdi, foliosi e frastagliati di Cladonia convolata. I licheni si insediano per primi sulla roccia, preparando il substrato ad accogliere, se l'inclinazione non è eccessiva, altre piante via via piu' esigenti; ad essi si affiancano i compatti cuscinetti dei muschi (Brame bicolor, Barbula convolata, ecc.). Dopo una pioggia o quando l'umidita' è elevata, il tallo di licheni e muschi è turgido e di colore brillante, mentre nelle torride giornate estive appare rinsecchito: essi superano, infatti, lunghi periodi di siccita' in uno stato di vita latente, per poi ritornare vitali in condizioni ambientali piu' favorevoli. L'aridita', del resto, oltre alla scarsita' di terreno, è un fattore limitante anche per le altre piante che frequentano il gesso. Alcune sfruttano l'autunno e la primavera per compiere il loro breve ciclo vegetativo, affidando ai semi il superamento dell'estate. In questo modo si comportano le minuscole sassifraga annuale e draba primaverile, gia' in fiore a fine inverno, l'erba medica minima e il becco di gru (Erodiamo cicutarium), che deve il nome alla bizzarra forma del frutto. Le borracine (Sedum acre, S. rupestre, S. album), invece, sono piccole piante succulente che immagazzinano acqua nelle foglie e nei fusti. Dove si accumula un po' di terriccio crescono piante piu' sviluppate come elicriso, timo serpillo e assenzio (Artemisia alba); gli olii essenziali delle foglie sprigionano aromi che aiutano a ridurre le perdite d'acqua. Anche la fumana, dai delicati fiori gialli, è spesso presente, insieme a salvastrella minore, vedovella dei prati, dai bei capolini azzurri, e arabetta maggiore (Arabis turrita); in autunno spiccano i bei fiori rosati di Scilla aututnnalis. Numerose sono, infine, le graminacee: grano delle formiche, erba mazzolina, forasacco e paleo comune; sono specie frequenti anche nelle boscaglie e nelle praterie aride dei dintorni che a primavera si tingono del rosa carico dei fiori di anemone stellata e ospitano belle orchidee (Orchis Onorio, O. purpureo). Quando il gesso affiora in luoghi ombrosi e freschi, come nei pressi degli inghiottitoi che spesso si aprono nel bosco, si ricopre di tappeti di muschi su cui poggiano felci come il falso capelvenere e la felce dolce; la felce rugginosa compare invece dove c' è piu' luce, insieme a una succulenta dal notevole sviluppo, la borracina massima.

LE PIANTE DEI CALANCHI

Le aspre e severe forme dei calanchi sono un ambiente molto inospitale per la vegetazione: i versanti ripidi, l'instabilita' del terreno, la sua ricchezza in sali e i lunghi periodi di aridita' selezionano una rada vegetazione erbacea che tollera la salinita' e ha messo a punto specifici meccanismi di adattamento. D'estate i calanchi appaiono pressochè privi di copertura vegetale: molte piante hanno, infatti, concluso il loro breve ciclo vegetativo, altre sopravvivono con organi sotterranei, altre ancora lasciano precocemente cadere le foglie per diminuire la traspirazione. In primavera e autunno si assiste a una ripresa della vita vegetale, favorita da una minore concentrazione di sali dilavati dalle piogge. La sommita' dei calanchi e i crinali che suddividono le vallecole sono occupati da una prateria di graminacee che in gran parte frequentano i prati aridi circostanti: paleo comune, fienarola bulbosa, grano delle formiche, erba mazzolina, gramigna comune; facilmente riconoscibili sono i capolini giallo-dorati di Aster linosyrts. Compare anche Ononis masquillierti, una leguminosa endemica dell'Emilia-Romagna e delle Marche. La scarsa compattezza del manto erboso favorisce l'erosione che mette a nudo le argille sottostanti, contribuendo al processo di formazione del calanco. Sulle argille affioranti, che formano caratteristiche pareti ripide, instabili e ricche di sali, compare la sulla, la cui fioritura in primavera tinge di rosso interi versanti; a essa si affiancano pochi isolati cespi di gramigna, orzo marittimo e scorzonera. Alla base del calanco, infine, dove si accumulano le colate di argilla, vegetano piante che sopportano il ristagno d'acqua: farfaro, ceppitoni e nappola (Xantium italicum), dal caratteristico frutto ricoperto di spine uncinate. Le zone limitrofe ai calanchi e i numerosi campi abbandonati, specie sui terreni argillosi, sono occupati da arbusti pionieri che progressivamente vanno a colonizzare questi spazi, in passato disboscati per ricavare pascoli o seminativi: rose selvatiche, biancospini, prugnolo, ginestra, ginepro e perastro compaiono dapprima isolati, per formare poi fitti arbusteti che evolvono in boscaglie, contrastando con efficacia erosioni e smottamenti.

GLI INGHIOTTITOI FOSSILI

Durante l'ultimo periodo glaciale, gli affioramenti gessosi caratterizzavano gia' le colline bolognesi. Alcuni inghiottitoi si riempirono lentamente di detriti, ai quali si aggiunsero pollini, carboni e corpi di animali (per i quali rappresentavano vere e proprie trappole). Diversi inghiottitoi vennero intercettati dagli squarci aperti dalle cave: i ritrovamenti piu' significativi sono avvenuti presso la grande Cava Iecme, sotto il Monte Croara, e alla Cava a Filo, dove il taglio del gesso seziono' un ampio e profondo inghiottitoio, esponendo in modo chiaro la successione degli strati. In quest'ultimo caso, lo studio dei pollini fossili ha rivelato che tra 25.000 e 15.000 anni fa, la zona aveva un clima piu' freddo dell 'attuale, essendo rivestita da boschi di pino silvestre, con betulle e salici nani. Passando ai livelli piu' recenti del riempimento si nota un lento miglioramento climatico: il pino si riduce e compaiono olmo e quercia; piu' avanti il pino scompare e restano solamente quercia, olmo, nocciolo e ontano, una copertura vegetale piuttosto simile a quella odierna. Le foreste erano probabilmente interrotte da praterie steppiche, perch è le specie animali ritrovate sono tipiche di ambienti aperti. Le numerosissime ossa raccolte testimoniano la presenza di bisonti, cervidi di grandi dimensioni, marmotte, lepri, volpi, lupi, tassi e cinghiali. Presso la Cava Fiorini sono stati ritrovati anche resti di ghiottone, un mustelide che attualmente vive solo nelle regioni pi¢ settentrionali dell'Europa e dell'Asia. A questi ritrovamenti si sono aggiunti quelli di oggetti litigi usati dall'uomo nel Paleolitico medio e superiore e numerose testimonianze dell'Eta' del Rame. Una ricca collezione è conservata nel Museo Archeologico Luigi Domini, a San Lazzaro, dove si puo' ammirare la ricostruzione di uno scheletro di Bison priscus, l'unico completo esistente nei musei europei.

FAUNA

I mammiferi

Nonostante l'estrema vicinanza all'area urbana bolognese, il parco ospita numerose specie tipiche della fascia collinare, la cui presenza e distribuzione è in parte influenzata dalle caratteristiche geomorfologiche. Tra i mammiferi, ad esempio, oltre alle specie piu' comuni della collina, spicca il mustiolo, un insettivoro a diffusione mediterranea: con i suoi 2,5 g di peso è il piu' piccolo toporagno europeo. Da segnalare è anche la presenza, sia pure non assidua, del capriolo, che sta gradualmente riprendendo possesso dell'ambiente collinare e appenninico, dopo essere stato sterminato circa due secoli fa.

Gli uccelli

La contiguita' di versanti esposti e di zone piu' riparate all'interno delle doline favorisce una notevole diversificazione delle specie presenti anche in aree limitate. Nei pressi della Spipola è possibile osservare a brevissima distanza lo scricciolo, che predilige le zone cespugliose e boscose piu' fresche e umide, e l'occhiocotto, che frequenta invece quelle piu' calde e aride. Le specie piu' caratteristiche sono proprio quelle legate agli ambienti cespugliosi e di transizione tra bosco e coltivi: da segnalare, per la particolare abbondanza, sterpazzola, tortora, succiacapre, averla piccola strillozzo, usignolo, capinera, quaglia e allodola. La presenza di specie tipiche dei boschi con alberi maturi (picchio verde, rampichino, picchio muratore, cince) si limita ai parchi delle ville e alle rive boscate lungo Zena e Idice. Di rilevante interesse sono anche l'assiolo, un piccolo rapace notturno abbastanza raro, presente solo nel periodo estivo, la poiana e, lungo i torrenti, il martin pescatore.

Le altre presenze

Gli affioramenti gessosi e le aride pendici calanchive offrono condizioni microclimatiche adatte a numerose specie di rettili: oltre a ramarro, lucertola campestre, lucertola muraiola, biacco e saettone, piuttosto comuni in tutta la fascia collinare, si possono osservare anche luscengola e colubro di Riccioli, a diffusione piu' strettamente mediterranea. Nei gessi la scarsita' di habitat acquatici consente di osservare, tra gli anfibi, soprattutto specie terricole come rospo comune e rana agile. Nelle zone calanchive, invece, la maggiore disponibilita' di acque superficiali favorisce anche la presenza di raganella, tritone crestato e tritone punteggiato, che spesso coabitano in piccole pozze sui terreni argillosi. Nelle medesime situazioni, come pure lungo i ruscelli ai piedi dei calanchi, è possibile osservare il singolare ululone dal ventre giallo. Le zone piu' aride e assolate degli affioramenti gessosi e delle pendici calanchive ospitano diverse specie di insetti particolarmente adattate a questo tipo di ambiente: fra le piu' curiose, Empusa pennata, una mantide particolarmente mimetica, e Oedipoda germanica, una cavalletta quasi invisibile quando è posata sul gesso o sull'argilla, ma che al momento di spiccare il volo mostra la vistosa colorazione rossa delle ali posteriori .

STORIA

INSEDIAMENTI PREISTORICI E ROMANI

Sugli antichi abitatori grotte e cavita' naturali dei gessi hanno restituito preziose informazioni. L'esistenza di comunita' dedite alla caccia e alla raccolta è documentata fin dal Paleolitico, e nuclei dell'eta' del Bronzo, di straordinario interesse, sono stati individuati alla Croara, al Farneto, nella Grotta Calindri e a Castel de' Britti. Il successivo prevalere dell'economia agricola favori' la concentrazione degli abitati nella pianura e la zona conserva, ben celata, una delle piu' interessanti realta' archeologiche della regione. Dove il Quaderna incrocia la Via Emilia, infatti, appena fuori del parco, ai lati della strada consolare si estendeva la citta' romana di Claterna, una delle poche in regione a non avere avuto continuita' abitativa dall'antichita' ai nostri giorni. Di origine quasi certamente etrusca, si sviluppo' durante l'eta' repubblicana e soprattutto augustea, quando era circondata da una corona di ville suburbane; i bei pavimenti in mosaico rinvenuti durante gli scavi sono oggi conservati al Museo Civico di Bologna (tutta l'area è privata e l'accesso non è consentito). Proprio a partire da Claterna il console Caio Flaminio, nel 187 a.C., apri' una strada, la "Flaminia Minor", che giungeva fino ad Arezzo, probabilmente utilizzando un percorso preromano. Vari ritrovamenti fanno ritenere che la via romana si dirigesse a Settefonti, seguendo un tracciato simile a quello dell'attuale strada per S. Pietro di Ozzano e Pieve del Pastine, e proseguisse poi lungo il crinale tra Idice e Sillaro.

CASTELLI, CHIESE E MONASTERI

Durante il periodo medievale il territorio dei gessi bolognesi era caratterizzato da piccoli centri abitati sparsi sui rilievi, in genere fortificati e riuniti intorno a un castello o a una pieve. S. Pietro di Ozzano, ad esempio, uno dei fortilizi a difesa della Via Emilia, ebbe origine dagli abitanti di Claterna che, dopo la distruzione della citta' nel V secolo, si rifugiarono sulla vicina collina. Poco oltre si incontra la Pieve di Pastino, che esisteva gia' nell'XI secolo; decaduta nel XV secolo e sopravvissuta solo come oratorio, fu poi trasformata in abitazione civile. Non lontano dalla pieve, sorgeva il monastero femminile di S. Cristina, nelle vicinanze del lungo crinale tra i calanchi noto come Passo del la Badessa. Del monastero, demolito nel 1769, rimane memoria soltanto nella figura della Badessa Lucia, poi Beata Lucia da Settefonti. Una romantica leggenda vuole che Lucia, dopo la morte, abbia miracolosamente salvato dalla prigionia in Terrasanta un giovane della nobilta' bolognese, che era solito risalire l'impervio crinale fino alla chiesa per intravvederla durante le funzioni religiose. I ceppi che imprigionavano il giovane e la salma di Lucia sono conservati nella vicina chiesa di S. Andrea, sulle pendici di Monte Arligo. Sempre nel territorio di Ozzano, nei pressi di Mercatale, non lontano dal parco, si trova l'Abbazia di Monte Armato; restaurata dopo l'ultima guerra, la sua semplice architettura romanica e la suggestiva posizione un po' appartata, la rendono sicuramente meritevole di una visita. Sul versante destro dell'Idice, gia' in comune di San Lazzaro, sorge Castel de' Britti, antico borgo fortificato allo sbocco del torrente in pianura, in posizione dominante su uno sperone di gesso affiorante. Tra le localita' del parco è quella di piu' antica memoria, citata in un documento dell'VIII secolo come "Castro Gissaro, quod dicitur Britu". Appartenuto a Matilde di Canossa e poi passato a Bologna, venne distrutto e ricostruito varie volte, a testimonianza della sua importanza strategica; restano tracce delle mura, un arco di entrata diroccato e la chiesa, di origine trecentesca, dedicata a S. Biagio. Anche nelle alture gessose intorno alla Croara si trovavano centri fortificati: una scrittura del 1084 parla di un castello "quod vocatur Corvaria", probabilmente nella attuale localita' "il Castello"; a poca distanza, la piccola comunita' di Miserazzano possedeva una chiesa e forse un edificio fortificato, dove poi venne costruita la rosseggiante villa ottocentesca dei conti Negri. Lungo via della Croara rimane, infine, la chiesa omonima, che un tempo faceva parte dell'Abbazia di Santa Cecilia, di fondazione anteriore al Mille.

CAVE ANTICHE E RECENTI

Al gesso si è fatto ricorso fin dalla preistoria, come documentano le tracce di estrazione e lavorazione della Grotta Calindri, e poi in epoca romana per uso edilizio: di selenite sono le mura bolognesi del III secolo. Durante il medioevo l'impiego del gesso nelle costruzioni continuo' e a Bologna le basi di alcune torri sono realizzate con grossi blocchi di questa pietra. Anche all'interno del parco parecchi edifici storici, ma anche semplici case contadine, conservano tratti di muro e inserti in selenite. A partire dal XIII secolo, si sviluppo' l'uso del gesso cotto come materiale da presa e impasto per stucchi. Il territorio interessato dagli affioramenti gessosi comincio' a essere scavato sistematicamente per ricavare pietra da taglio, in parte poi soppiantata nell'uso dall'arenaria, ma soprattutto materiale per la cottura e la macinatura. Dalle numerose, piccole cave a gestione familiare si passo', alla fine del secolo scorso, a un'attivita' meccanizzata e, nel dopoguerra, allo sfruttamento industriale, con un pesantissimo impatto sull'ambiente. Molte grotte vennero distrutte oppure ne venne irrimediabilmente compromessa la stabilita' (come nel caso della Grotta del Farneto). Negli anni '60 inizio' la dura battaglia per bloccare l'escavazione: i Gruppi Speleologici per primi, l'Unione Bolognese Naturalisti e il comune di San Lazzaro riuscirono nell'intento solo alla fine degli anni '70, quando il territorio era ormai profondamente segnato. Oggi l'immagine del Monte Croara dilaniato dalle gallerie e le pareti lisce e lucenti dei vari fronti di cava fanno ormai parte del paesaggio dei gessi.

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