STORIA


INSEDIAMENTI PREISTORICI E ROMANI

Sugli antichi abitatori grotte e cavita' naturali dei gessi hanno restituito preziose informazioni. L'esistenza di comunita' dedite alla caccia e alla raccolta è documentata fin dal Paleolitico, e nuclei dell'eta' del Bronzo, di straordinario interesse, sono stati individuati alla Croara, al Farneto, nella Grotta Calindri e a Castel de' Britti.

Il successivo prevalere dell'economia agricola favori' la concentrazione degli abitati nella pianura e la zona conserva, ben celata, una delle piu' interessanti realta' archeologiche della regione. Dove il Quaderna incrocia la Via Emilia, infatti, appena fuori del parco, ai lati della strada consolare si estendeva la citta' romana di Claterna, una delle poche in regione a non avere avuto continuita' abitativa dall'antichita' ai nostri giorni. Di origine quasi certamente etrusca, si sviluppo' durante l'eta' repubblicana e soprattutto augustea, quando era circondata da una corona di ville suburbane; i bei pavimenti in mosaico rinvenuti durante gli scavi sono oggi conservati al Museo Civico di Bologna (tutta l'area e' privata e l'accesso non e' consentito).

Proprio a partire da Claterna il console Caio Flaminio, nel 187 a.C., apri' una strada, la "Flaminia Minor", che giungeva fino ad Arezzo, probabilmente utilizzando un percorso preromano. Vari ritrovamenti fanno ritenere che la via romana si dirigesse a Settefonti, seguendo un tracciato simile a quello dell'attuale strada per S. Pietro di Ozzano e Pieve del Pastine, e proseguisse poi lungo il crinale tra Idice e Sillaro.


CASTELLI, CHIESE E MONASTERI

Durante il periodo medievale il territorio dei gessi bolognesi era caratterizzato da piccoli centri abitati sparsi sui rilievi, in genere fortificati e riuniti intorno a un castello o a una pieve.

S. Pietro di Ozzano, ad esempio, uno dei fortilizi a difesa della Via Emilia, ebbe origine dagli abitanti di Claterna che, dopo la distruzione della citta' nel V secolo, si rifugiarono sulla vicina collina.

Poco oltre si incontra la Pieve di Pastino, che esisteva gia' nell'XI secolo; decaduta nel XV secolo e sopravvissuta solo come oratorio, fu poi trasformata in abitazione civile.

Non lontano dalla pieve, sorgeva il monastero femminile di S. Cristina, nelle vicinanze del lungo crinale tra i calanchi noto come Passo della Badessa. Del monastero, demolito nel 1769, rimane memoria soltanto nella figura della Badessa Lucia, poi Beata Lucia da Settefonti. Una romantica leggenda vuole che Lucia, dopo la morte, abbia miracolosamente salvato dalla prigionia in Terrasanta un giovane della nobilta' bolognese, che era solito risalire l'impervio crinale fino alla chiesa per intravvederla durante le funzioni religiose. I ceppi che imprigionavano il giovane e la salma di Lucia sono conservati nella vicina chiesa di S. Andrea, sulle pendici di Monte Arligo.

Sempre nel territorio di Ozzano, nei pressi di Mercatale, non lontano dal parco, si trova l'Abbazia di Monte Armato; restaurata dopo l'ultima guerra, la sua semplice architettura romanica e la suggestiva posizione un po' appartata, la rendono sicuramente meritevole di una visita.

Sul versante destro dell'Idice, gia' in comune di San Lazzaro, sorge Castel de' Britti, antico borgo fortificato allo sbocco del torrente in pianura, in posizione dominante su uno sperone di gesso affiorante. Tra le localita' del parco e' quella di piu' antica memoria, citata in un documento dell'VIII secolo come "Castro Gissaro, quod dicitur Britu". Appartenuto a Matilde di Canossa e poi passato a Bologna, venne distrutto e ricostruito varie volte, a testimonianza della sua importanza strategica; restano tracce delle mura, un arco di entrata diroccato e la chiesa, di origine trecentesca, dedicata a S. Biagio.

Anche nelle alture gessose intorno alla Croara si trovavano centri fortificati: una scrittura del 1084 parla di un castello "quod vocatur Corvaria", probabilmente nella attuale localita' "il Castello"; a poca distanza, la piccola comunita' di Miserazzano possedeva una chiesa e forse un edificio fortificato, dove poi venne costruita la rosseggiante villa ottocentesca dei conti Negri.

Lungo via della Croara rimane, infine, la chiesa omonima, che un tempo faceva parte dell'Abbazia di Santa Cecilia, di fondazione anteriore al Mille.


L'ORIGINE DI SAN LAZZARO

L'area del parco e' chiusa a ovest dal Savena, la cui valle e' percorsa dalla strada di Toscana, da sempre una delle piu' frequentate vie transappenniniche.

Verso valle il corso del torrente, che parrebbe dirigersi verso Bologna,curva a destra, sotto l'Ospedale Bellaria, raggiungendo la Via Emilia dove segna il confine tra Bologna e S. Lazzaro.

Il Savena non ha sempre avuto questo andamento, ma venne deviato nella seconda meta' del '700; l'aggiunta "di Savena" a San Lazzaro e' soltanto ottocentesca.

La cittadina ha avuto origine, tra il XII e il XIII secolo, dalla presenza di un ospedale per lebbrosi e di una chiesa (oggi sede del municipio). I lazzaretti, istituzioni tipicamente medievali, nella nostra regione erano collocati sempre sulla Via Emilia, verso oriente e fuori dai centri urbani, per isolare i malati dal resto della comunita'.

Soltanto nel XV secolo, quando la malattia ebbe una forte riduzione, intorno all'ospedale comincio' a svilupparsi un vero centro abitato.


CAVE ANTICHE E RECENTI

La Palestrina
Al gesso si e' fatto ricorso fin dalla preistoria, come documentano le tracce di estrazione e lavorazione della Grotta Calindri, e poi in epoca romana per uso edilizio: di selenite sono le mura bolognesi del III secolo. Durante il medioevo l'impiego del gesso nelle costruzioni continuo' e a Bologna le basi di alcune torri sono realizzate con grossi blocchi di questa pietra. Anche all'interno del parco parecchi edifici storici, ma anche semplici case contadine, conservano tratti di muro e inserti in selenite.

A partire dal XIII secolo, si sviluppo' l'uso del gesso cotto come materiale da presa e impasto per stucchi. Il territorio interessato dagli affioramenti gessosi comincio' a essere scavato sistematicamente per ricavare pietra da taglio, in parte poi soppiantata nell'uso dall'arenaria, ma soprattutto materiale per la cottura e la macinatura. Dalle numerose, piccole cave a gestione familiare si passo', alla fine del secolo scorso, a un'attivita' meccanizzata e, nel dopoguerra, allo sfruttamento industriale, con un pesantissimo impatto sull'ambiente.

Molte grotte vennero distrutte oppure ne venne irrimediabilmente compromessa la stabilita' (come nel caso della Grotta del Farneto). Negli anni '60 inizio' la dura battaglia per bloccare l'escavazione: i Gruppi Speleologici per primi, l'Unione Bolognese Naturalisti e il comune di San Lazzaro riuscirono nell'intento solo alla fine degli anni '70, quando il territorio era ormai profondamente segnato. Oggi l'immagine del Monte Croara dilaniato dalle gallerie e le pareti lisce e lucenti dei vari fronti di cava fanno ormai parte del paesaggio dei gessi.


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